La nostra Elsa Maxwell

Non avevo la minima idea di chi fosse Elsa Maxwell, finché la mamma di un’amica dell’università non se ne uscì fuori con quella frase.

L’amica si stava per sposare e mi invitò a cena a casa sua, insieme ad altre ragazze e ragazzi che seguivano lo stesso nostro corso a Lettere. Doveva essere una specie di addio al nubilato, ma molto posato e con il futuro sposo.

La casa era un’antica villa toscana nelle campagne nei dintorni di Siena. Fummo accolti dalla madre, una signora elegante e cordiale e accompagnati nella sala da pranzo. 

Un saluto al padre, seduto a leggere in un salottino, quindi ci sedemmo intorno al tavolo.

La cena fu molto divertente. 

Quando tornai a casa, buttai giù una specie di cronaca giocosa della serata, presentando come notizie le stupidaggini di cui avevamo parlato tutta la sera. Battei il pezzo a macchina, feci le copie e il giorno dopo le distribuii ai convitati e alla nostra ospite. 

L’iniziativa ebbe molto successo. 

La mamma dell’amica disse che io ero la loro Elsa Maxwell e che si aspettavano che scrivessi qualcosa del genere anche al matrimonio.

Quando fui a casa chiesi chi fosse questa Elsa Maxwell.

La giornalista più pettegola di Hollywood, disse babbo. 

Lì per lì il paragone non mi piacque granché. Poi però cominciai a preoccuparmi seriamente.

Il pranzo del matrimonio si sarebbe tenuto in uno degli hotel più eleganti di Siena e ci sarebbero stati molti ospiti di riguardo, dal prefetto ad altre autorità cittadine.

Una cosa è scrivere una cronaca ironica e gossippara fra amici di università. Ma con quelle persone come avrei dovuto comportarmi? 

Mi sembrava una cosa del tutto fuori luogo. Ma nella famiglia della sposa la questione Elsa Maxwell sembrava assumere sempre più importanza, creando una sorta di aspettativa verso il gran giorno. 

Entrai in crisi. Pensai seriamente di inventarmi una scusa per non partecipare. Non era solo una questione di soggezione. Era anche che quello che per me era stato un divertissement in piena libertà, una cosa del tutto spontanea e per questo difficilmente ripetibile, si stava trasformando in un obbligo, quasi una pretesa.    

Il giorno X tutte le attenzioni erano concentrate sulla sposa. Ci fu la cerimonia religiosa, con il sì, lo scambio degli anelli e il lancio del riso. Poi ci spostammo verso il ristorante.

Nonostante le mille cose a cui aveva da pensare, la mamma della sposa mi presentò come la nostra Elsa Maxwell, promettendo ai suoi augusti invitati una cronaca piccante dell’evento.

Io glissai con un risolino imbarazzato e mi rifugiai al tavolo degli amici dell’università.

Dopo qualche tempo la frequentazione con la sposa e con gli altri, finiti gli studi, si andò allentando. 

La nostra Elsa Maxwell poté quindi tornare nell’ombra.

Chissà, se avessi scritto veramente, che cosa sarebbe accaduto alla mia futura carriera giornalistica. 

Io sarò anche pessimista, ma immagino niente di buono. 

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